Curato per tornare a morire: cambiare le leggi per evitare che dall’ospedale si torni alla strada
Domenica 21 dicembre con i volontari di Mai Più Per Strada OdV abbiamo organizzato un intervento salvavita per Stani, un signore senza dimora di 50 anni che viveva – o meglio sopravviveva – sui marciapiedi vicino alla stazione dei treni di Ostia.
Al momento dell’intervento, Stani viveva ormai da anni per strada, in totale assenza di tutela, e senza mostrare alcuna capacità di autodeterminazione o di autotutela. Non si riparava sotto alle tettoie o ai portici in caso di pioggia, non si faceva una doccia o cambiava i vestiti da mesi, aveva barba e capelli lunghi ed era infestato di pidocchi, ed aveva numerose ferite sulla pelle a causa delle precarie (a dir poco) condizioni socio-sanitarie in cui versava.
Con l’aiuto di Sara, una volontaria che lo conosce da molto tempo e ci ha segnalato il suo caso per una disperata richiesta di aiuto, abbiamo portato Stani, con non poche difficoltà, da Ostia fino al quartiere San Paolo. Lì abbiamo agito in coordinamento con i volontari di Sant’Egidio che ogni due domeniche offrono un insostituibile servizio docce alle persone senza dimora, con annesso taglio capelli e barba e ricambio completo dei vestiti.
L’aiuto dei volontari di S. Egidio è stato preziosissimo per permettere a Stani di fare la prima doccia in mesi (aiutandolo anche fisicamente data la sua difficoltà ad agire autonomamente), buttare via i vestiti sudici, tagliare completamente barba e capelli. Con questo primo intervento di stabilizzazione, è stato quindi possibile caricarlo su un’auto e portarlo in ospedale.
In ospedale, oltre all’epilessia, all’alcolismo ed una seria infezione dermatologica, problemi di cui eravamo già consapevoli data la loro evidenza, i medici hanno scoperto un dato sconvolgente: Stani aveva l’emoglobina a 5 g/dL, ovvero un’anemia gravissima che porta ad ipossia cerebrale e dunque a rischio vita immediato. Sono state necessarie tre trasfusioni quella sera stessa per salvargli la vita.
La prima notte di ospedale abbiamo dormito con Stani, perché avevamo paura che se si fosse svegliato di notte senza ricordare dove si trovasse e senza vedere volti amici, sarebbe uscito dall’ospedale immediatamente a causa dello stato di confusione in cui versava. Dal 21 dicembre, giorno dell’ingresso in ospedale, non è passato un giorno senza che qualcuno di noi sia andato a trovarlo e rassicurarlo ed a parlare con i medici.
Stani non è, semplicemente, in grado di badare a sé stesso. Ha una grave epilessia che non cura da anni, si nutriva solo se qualche anima gentile gli portava cibo, non badava in alcun modo alla propria igiene, è stato picchiato spesso da malintenzionati ma non ne serbava memoria. Crede di vivere nel 2006 o nel 2012, anche se gli abbiamo detto più volte che siamo nel 2026. La sera di Natale, nonostante gli addobbi, i regali e le canzoni alla tv credeva che fossimo a Luglio. A volontari che lo conoscevano da pochi giorni ha detto che si frequentavano “sicuramente da anni”.
Eppure, purtroppo, non gli è stata riconosciuta nessuna patologia psichiatrica né una condizione formale di incapacità di autodeterminazione o di autotutela. Di conseguenza, almeno fino ad oggi, non si sono aperte per lui le porte di RSA, case famiglia o strutture adeguate. Tra pochi giorni, una volta superata la fase acuta, Stani verrà dimesso dall’ospedale. E tornerà per strada.
Questo significa che l’enorme (e probabilmente irripetibile) sforzo collettivo compiuto nelle ultime due settimane da volontari, medici, infermieri, operatori socio-sanitari, verrà vanificato in pochi istanti. Stani tornerà al suo alcolismo, alle sue crisi epilettiche incontrollate, alla sua anemia grave, alle sue ferite non curate, a condizioni igieniche disumane. Ed a tutti noi, che abbiamo cercato di fare di tutto per aiutarlo, resterà solo da chiederci quale di questi fattori avrà alla fine la meglio su di lui.
Ora, da ricercatore abituato a ragionare in termini di sistemi complessi ed ecosistemi, mi pongo una domanda semplice: quanto è grande il fallimento di un sistema che non riesce a capitalizzare l’enorme sforzo compiuto da decine di persone per salvare una vita? Quanto è grande l’inadeguatezza di un sistema che manda una persona oggettivamente fragile ed indifesa di nuovo a morire per strada, anche quando una serie miracolosa di circostanze aveva permesso che questa persona venisse “intercettata”, e addirittura stabilizzata, dal sistema?
In questi anni di volontariato intensivo mi sono chiesto spesso quale potesse essere il singolo tassello più importante da cambiare in questo puzzle socio-burocratico per evitare di ripartire ogni volta da zero nell’aiuto alle persone senza dimora. Ce ne sarebbero molti. Ma uno, più di altri, avrebbe un impatto immediato: rendere obbligatoria l’indicazione di un domicilio al momento delle dimissioni dall’ospedale. Questo accorgimento impedirebbe, nei casi di evidente fragilità sociale, la dimissione verso la strada e garantirebbe la necessaria continuità di tutela sanitaria e sociale.
L’obbligo di indicazione del domicilio al momento delle dimissioni potrebbe rappresentare il punto di svolta nella tutela delle persone senza dimora.
Faccio questa proposta dopo aver visto con i miei occhi in questi anni situazioni incompatibili con la dignità umana e con lo Stato di diritto in cui viviamo: Shiva, dimesso dopo un intervento al cuore, lasciato sotto un portico con il catetere ancora attaccato. Sundar, dimesso in pieno covid dopo l’amputazione dell’avampiede, “parcheggiato” per strada su una sedia a rotelle con una pila di pannoloni accanto, costretto a farsi i propri bisogni addosso perché non aveva neanche la forza per sollevarsi. E chissà chi avrebbe dovuto cambiargli i pannoloni nella testa di chi lo ha riportato per strada in quelle condizioni.
Chiedere che venga obbligatoriamente indicato un domicilio al momento delle dimissioni da un ospedale non è un’utopia, né una richiesta ideologica. In diversi Paesi europei a noi molto vicini, la dimissione di una persona senza dimora verso la strada è già oggi considerata inaccettabile sul piano sanitario e giuridico, oltre che morale.
In Francia esistono strutture sanitarie dedicate alle persone senza dimora — i Lits Halte Soins Santé (LHSS) — pensate per quei casi in cui una persona non necessita più di un ricovero acuto, ma in cui le sue condizioni restano incompatibili con la vita in strada. In questi casi l’ospedale non “scarica” il paziente: lo trasferisce in una struttura intermedia che garantisce continuità delle cure e presa in carico.
In Germania la dimissione è legata al dovere di cura: se l’assenza di un domicilio mette a rischio salute o sopravvivenza, la dimissione non è considerata legittima finché non viene individuata una sistemazione adeguata.
Nei Paesi Bassi e in Belgio le dimissioni delle persone senza dimora sono coordinate con i servizi sociali comunali, e il ritorno in strada non è mai considerato una destinazione accettabile.
L’Italia, invece, pur riconoscendo formalmente il principio delle “dimissioni protette”, non prevede purtroppo alcun obbligo effettivo di garantire una destinazione sicura per le persone senza dimora al momento delle dimissioni. In assenza di una diagnosi psichiatrica formale (che però arriva raramente, anche se chi vive in strada sviluppa quasi sempre patologie psichiatriche) o di una dichiarazione di non autosufficienza, una persona può essere dimessa senza l’indicazione di un domicilio anche se è evidente che non è in grado di sopravvivere autonomamente. Il risultato è che la continuità delle cure viene spezzata e tutto riparte da capo al prossimo accesso in pronto soccorso — sempre che la persona venga nuovamente intercettata — quasi sempre in condizioni molto più gravi rispetto alla volta precedente.
Questo circolo vizioso genera enormi costi economici, perché i casi diventano progressivamente più gravi e più difficili da curare, e costi sociali, perché lasciare per strada persone con disagi mentali e fisici sempre più difficili da gestire mette a rischio tutta la cittadinanza. Produce anche un costo morale altissimo: la sofferenza quotidiana di milioni di cittadini che assistono impotenti a queste situazioni, e quella dei volontari e del personale sanitario costretti a rimettere in strada persone sapendo che, molto probabilmente, non ce la faranno.
Questa gestione burocratica, miope e disumana sovraccarica il sistema, perché non permette fondamentalmente a nessuna persona che scivoli sotto una soglia minima di tutela di poterne uscire. In assenza di interventi strutturali, per molte di queste persone l’unica via di uscita che rimane è la morte.
Esistono però anche casi virtuosi, che dimostrano come il problema non sia l’impossibilità per il sistema di tutelare queste persone, ma la rarità delle volte con cui il sistema riesce ad agire correttamente dopo il ricovero in ospedale. Insieme ai registi del documentario San Damiano e alla comunità che vi si è creata attorno, siamo riusciti a far riconoscere una grave patologia sanitaria fino ad allora non diagnosticata in Sofia, una delle persone senza dimora di cui si parla nel documentario. Questa diagnosi ha permesso di attivare un percorso di presa in carico straordinario. In questo caso l’ospedalizzazione non è stata una parentesi, ma l’inizio di un reale percorso di recupero e rinascita, che sta dando frutti concreti e potrebbe un giorno portare al reinserimento di Sofia nella società. Con l’introduzione dell’obbligo di indicazione di un domicilio, questo risultato oggi straordinario potrebbe non costituire più l’eccezione, ma la norma.
Se vogliamo smettere di ricominciare ogni volta da zero, serve un cambiamento semplice ma radicale: nessuna persona senza dimora dovrebbe più poter essere dimessa senza che sia prevista una destinazione in grado di garantire continuità di tutela sanitaria e sociale. Non si tratta di trattenere le persone contro la loro volontà, né di medicalizzare la povertà: si tratta di riconoscere che la strada non è un luogo di cura, e che per alcune persone — come Stani — l’apparente “libertà” di tornare in strada coincide, di fatto, con una condanna a morte.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: “Se impediamo le dimissioni verso la strada e imponiamo l’obbligo di indicare una destinazione, gli ospedali si satureranno e la sanità pubblica collasserà”. È un’obiezione comprensibile, ma fondata su un equivoco. La proposta non è trattenere le persone in ospedale più a lungo, ma creare un’uscita dall’ospedale che non sia la strada: strutture intermedie sanitarie e socio-sanitarie, meno costose e più appropriate del ricovero ospedaliero.
Con l’introduzione dell’obbligo di indicazione di domicilio lo Stato sarebbe chiamato ad individuare rapidamente soluzioni adatte, sulla scia degli LHSS francesi. Dopo un periodo di transizione sicuramente impegnativo, tutti i componenti dell’ecosistema ne trarrebbero giovamento: le persone fragili verrebbero finalmente tutelate, il settore socio-sanitario avrebbe a disposizione percorsi più chiari per garantire la tutela ed il rispetto della dignità umana per tutti, la cittadinanza sarebbe più sicura e meno frustrata, e lo Stato perderebbe meno soldi. Se questa norma fosse già esistita, ad esempio, avremmo potuto sicuramente utilizzare i fondi del PNRR per aumentare il numero di strutture adeguate alla tutela post-ricovero.
Oggi il vero fattore di saturazione non è la presenza di un meccanismo di tutela continuativa, ma la sua assenza: le persone vengono dimesse in strada, peggiorano rapidamente e tornano in pronto soccorso in condizioni più gravi, con ricoveri ripetuti e più lunghi. È un ciclo noto a chiunque lavori in corsia: dimissione, ricaduta, riospedalizzazione. Spezzarlo significa ridurre gli accessi in emergenza, migliorare l’aderenza alle cure, abbassare i costi complessivi e liberare posti letto.
Stani e Sofia sono vivi grazie a una catena straordinaria di persone che hanno deciso di non voltarsi dall’altra parte. Se Stani tornerà a morire per strada, non sarà per mancanza di cure, ma per mancanza di un sistema capace di proteggerlo nel momento in cui — dopo anni di invisibilità — era finalmente entrato nel suo campo visivo. Non è una fatalità: è una scelta normativa e politica. E come tutte le scelte, può essere cambiata.
Adriano Bonforti
Presidente dell’associazione di volontariato Mai Più Per Strada OdV