Quando l’emergenza finisce, ma il sistema non parte
C’è un’idea molto diffusa, rassicurante, quasi consolatoria:
che in Italia, una volta superata l’emergenza, le istituzioni prendano in carico le persone fragili e che il volontariato possa finalmente fare un passo indietro, tornando al suo ruolo naturale di supporto.
La realtà, purtroppo, è spesso molto diversa.
In questi mesi, come Mai Più Per Strada e spesso con il supporto di altre associazioni che per noi sono un punto di riferimento, come Sant’Egidio, o di altre istituzioni e strutture ospedaliere o sociali, abbiamo tolto dalla strada diverse persone in condizioni gravissime, alcune a rischio di morte immediata. Agire in modo flessibile, rapido ed “emergenziale” è stato fondamentale, data l’urgenza e la necessità di questi interventi, spesso salvavita. Ma ciò che sta emergendo con chiarezza è un problema più profondo, strutturale, e molto meno visibile: una volta superata l’emergenza, il sistema spesso non è in grado di reggere l’ordinaria amministrazione.
Accade così che le istituzioni — RSA, servizi sanitari, assistenza sociale — invece di attivarsi in modo autonomo e coordinato, nel migliore dei casi continuino ad appoggiarsi ai volontari, anche quando non ce n’è più alcun motivo formale o giuridico. E nel peggiore, lascino la situazione degradare verso il punto di partenza (o peggio): terapie farmaceutiche non continuate, dimissioni disordinate e incontrollate da ospedali e altre strutture sanitarie o sociali, eccetera.
La frase che sentiamo ripetere più spesso è sempre la stessa:
“Purtroppo noi come istituzioni abbiamo le mani legate, voi volontari paradossalmente potete fare cose che noi non possiamo.”
È una frase che dice molto. E che dovrebbe preoccuparci tutti.
Quando l’emergenza diventa la normalità
Una delle falle più gravi che stiamo osservando è la confusione strutturale tra emergenza e ordinaria amministrazione.
L’emergenza, per definizione, è temporanea: richiede interventi straordinari, flessibilità, soluzioni rapide. L’ordinaria amministrazione, invece, dovrebbe essere fatta di procedure chiare, responsabilità definite, continuità assistenziale.
Nella pratica, però, accade spesso che l’emergenza non finisca mai davvero. Una volta tolta una persona dalla strada, invece di attivarsi un percorso stabile, il sistema continua a funzionare come se tutto fosse ancora “eccezionale”.
Questo ha una conseguenza molto concreta: nessuno costruisce processi duraturi, perché tutto viene gestito in modalità tampone. E ciò che dovrebbe essere strutturale — farmaci, controlli, accompagnamenti, coordinamento sanitario — resta appeso alla disponibilità di singoli individui.
Il volontariato come tappabuchi sistemico
Il volontariato nasce per affiancare, non per sostituire.
Nasce per intervenire dove c’è bisogno, non per diventare l’ingranaggio nascosto che tiene in piedi ciò che non funziona.
Eppure, nella pratica, succede esattamente questo:
- farmaci salvavita che finiscono e non vengono riforniti in tempo;
- controlli ospedalieri rimandati perché “non c’è personale”;
- pratiche che restano ferme finché qualcuno, fuori dal sistema, non le sblocca.
In questi casi, il volontario non è più una risorsa aggiuntiva.
Diventa l’ultima istanza.
Colui che, se non interviene, sa che le conseguenze possono essere gravissime.
Questo crea una distorsione pericolosa: il sistema si abitua al fatto che qualcuno, prima o poi, risolverà. E così non impara, non corregge i propri meccanismi, non costruisce ridondanza, non previene. E se quel qualcuno, esterno alle istituzioni, non risolverà il problema, allora tant pis, tanto peggio le persone fragili verranno aiutate poco e male e amen, con conseguenze spesso tragiche sia per le persone fragili che per la comunità, come purtroppo raccontato da tantissimi casi di cronaca.
Il ricatto morale che nessuno nomina
In questo meccanismo esiste un elemento raramente esplicitato, ma sempre presente: il ricatto morale implicito.
Nessuno dice apertamente ai volontari “se non lo fai tu, questa persona starà peggio”.
Ma tutti sanno che è così.
È un ricatto silenzioso, mai formulato come imposizione, e proprio per questo potentissimo. Fa leva sul senso di responsabilità, sull’etica personale, sull’umanità di chi è coinvolto.
Il risultato è che il volontario non è più libero di scegliere se intervenire o meno: interviene perché non intervenire sarebbe moralmente insostenibile.
Questo meccanismo non è sostenibile, né giusto. Perché sposta la responsabilità sistemica su individui che non hanno né il mandato né gli strumenti per sostenerla nel tempo.
Il costo invisibile di questo modello
C’è un costo di cui si parla pochissimo: il costo umano pagato dai volontari.
Quando l’emergenza non finisce mai, quando ogni falla diventa una chiamata urgente, quando la responsabilità morale viene continuamente spostata su chi “può fare qualcosa”, il rischio è enorme: burnout, stress cronico, perdita di lucidità, rinuncia alla propria vita personale e lavorativa.
Non è eroismo.
È un sistema che scarica il proprio fallimento su persone motivate e responsabili, fino a consumarle.
E quando un volontario crolla, non c’è nessun piano B.
Un problema che riguarda tutti
Questo non è un problema dei volontari.
È un problema di tutti.
Perché un sistema che funziona solo grazie al sacrificio silenzioso di singoli individui:
- non è resiliente,
- non è equo,
- non è sostenibile,
- e alla lunga non salva più nessuno.
Raccontare queste cose non significa attaccare le istituzioni, né negare le difficoltà reali in cui operano.
Significa però dire una verità scomoda: il sistema di assistenza non è strutturato come molti credono, e senza un cambiamento profondo rischia di continuare a produrre emergenze invece di prevenirle.
Perché lo raccontiamo
Lo raccontiamo perché pensiamo che il primo passo per cambiare le cose sia renderle visibili.
Lo raccontiamo perché il volontariato non può e non deve diventare una stampella permanente.
Lo raccontiamo perché le persone fragili hanno diritto a un’assistenza che funzioni anche quando nessuno sta facendo un gesto straordinario.
E lo raccontiamo perché chi oggi “tiene botta” nonostante tutto, non può essere più dato per scontato.
Adriano Bonforti
Presidente Mai Più Per Strada OdV