Servono strumenti nuovi (la storia di Rimma)
Rimma, o Irina, è una signora senza dimora di circa 80 anni, che da molti anni vive sulla strada ad Ostia, sotto una tettoia, giorno e notte. Rimma è stata vittima di tratta: arrivata in Italia molti anni fa con la promessa di un lavoro, è stata sfruttata e costretta a prostituirsi dai suoi aguzzini. Le sue amiche che si sono rifiutate sono state uccise davanti ai suoi occhi. A causa del trauma profondissimo, Rimma ha prima nascosto per anni, poi davvero dimenticato, la sua vera identità. Oggi Rimma non sa più chi è: non ha un nome, né un cognome, né una data di nascita.
Fino a qualche anno fa, pur vivendo in strada, le condizioni di Rimma erano relativamente buone. Scappava dai servizi sociali, dalle ambulanze, dalle forze dell’ordine, ma aveva imparato a fidarsi di Sara, una giovane volontaria che le dedicava molto del suo tempo. Esistono foto a testimonianza di questo periodo ormai passato: Rimma con gli occhiali da sole, curata e sorridente; Rimma e Sara assieme al ristorante; Rimma e Sara che si abbracciano. Un tempo felice, un tempo in cui si sarebbe potuto ancora fare qualcosa per far tornare Rimma a vivere una vita il più possibile normale.
Purtroppo per Rimma però, non ricordarci più chi siamo, e non avere nessuno che lo sappia per noi, in Italia può essere molto pericoloso. La nostra società sembra infatti essere incapace di offrire soluzioni in questi casi. E così, nonostante un importante intervento di aiuto 6 anni fa, in cui Rimma si era convinta a farsi aiutare e ricoverare, tutto è crollato subito dopo. Perché Rimma non aveva un’identità. Quindi non poteva ottenere documenti, residenza, medico di base, sussidi economici, e così via. In Italia, senza un’identità, non si ha diritto ad esistere.
Con queste premesse, sei anni dopo la situazione si è evoluta nell’unica direzione possibile. Oggi Rimma non si prende più cura del suo aspetto, Rimma non si fa più accompagnare dai volontari a fare le docce, Rimma non si cambia più i vestiti. Rimma crede di essere la moglie di Obama, Rimma passa le ore tra insetti, escrementi e coperte sporche, sotto una tettoia di Ostia, ad aspettare che passi suo marito a prenderla con un’auto blu per portarla a New York.
Rimma non urla e scappa più solo alla vista delle ambulanze, delle forze dell’ordine e dei servizi sociali. Rimma ormai urla e scappa anche quando le si avvicina la sua amica Sara.
In questi anni, ogni giorno, molte associazioni si sono avvicinate a Rimma, e l’hanno aiutata, portandole cibo, vestiti, la colazione, una parola gentile; o cercando di convincerla ad accettare, ancora una volta, quel ricovero che tanti anni fa le aveva fatto tanto così bene. Almeno per qualche tempo.
Ma, viene da chiedersi: quale è il piano in questi casi, quale la strategia, quale la soluzione immaginata? Viviamo in un’epoca in cui la medicina ha fatto immensi progressi, e per moltissime questioni di salute anche molto gravi esistono protocolli precisi che guidano e regolano a livello mondiale l’azione di medici professionisti e di tutto il personale sanitario che ruota attorno alla persona da aiutare. Quali sono, invece, i protocolli sperimentati, testati, validati per aiutare le persone fragili? Dopo sei anni di volontariato intensivo, tutto mi sembra così complicato, così kafkiano, così caotico e casuale. Aiutare oggi, in Italia, una donna anziana, vittima di tratta, vittima di traumi indicibili al punto di aver dimenticato la propria identità, chiaramente non più capace di intendere e di volere, sembra una missione impossibile. Una missione che spesso, purtroppo, ha un unico finale possibile.
Noi di Mai Più Per Strada pensiamo, invece, che qualcosa si possa fare, che qualcosa si debba fare. Servono, soprattutto, strumenti normativi ed operativi nuovi. Quando una persona rischia la vita in modo immediato, e tutto lascia presupporre che non sia più in grado di provvedere autonomamente alla propria tutela, la sua non collaborazione non può e non deve rappresentare una giustificazione per l’inerzia delle istituzioni.
Il nostro paese vive ancora il trauma degli abusi dei manicomi, nei quali persone che erano in grado di intendere e di volere, ma che erano “scomode”, sono state sopraffatte per anni in assenza di qualsiasi forma di tutela della propria dignità umana e della propria autodeterminazione. Ma nell’impeto comprensibile di cancellare la vergogna dei manicomi il prima possibile, ci siamo persi per strada qualcosa. Oggi le nostre strade sono popolate di persone che sono finite per strada perché mentalmente fragili – o che sono diventate mentalmente fragili proprio perché finite per strada – persone che non sono più in grado di autotutelarsi, e che abbandonate a sé stesse diventano ogni giorno più deboli, poi più deboli ancora…fino a che un giorno, finalmente, scompaiono, smettendo di rappresentare un problema e un fastidio per tutti.
Si dirà: ma come, gli strumenti e le norme esistono, per questi casi ci sono l’accertamento sanitario obbligatorio (ASO) ed il trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Forse. Ma se funzionano così bene, come mai in tutti questi anni non si è riusciti ad aiutare Rimma? In entrambi i casi serve un’ordinanza del Sindaco, ed un accertamento medico. Ma io in tutti questi anni di volontariato non ho assistito mai ad un TSO o ad un ASO. Ho assistito invece a molte situazioni in cui un intervento deciso avrebbe salvato la vita a persone che invece la vita l’hanno persa, spesso per motivi banali. Se ASO e TSO sono complicati da attuare, o sono considerati troppo aggressivi, allora bisogna creare nuove soluzioni intermedie, che siano efficaci, flessibili e di rapida attuazione. Il sistema deve essere in grado di agire a tutela dei più deboli anche quando non ci sono carte, ma ci sono motivi fondati per supporre che la persona non possa più tutelare sé stessa, anche quando non se ne ancora certezza. Inoltre, l’assenza di un’identità certa non può, non deve, inceppare tutto il sistema di tutela.
E infine mi chiedo, ma esiste o no un protocollo operativo esatto? Ovvero una sequenza di azioni, e di interazioni con la persona fragile, che obblighi il sistema a prendere atto, ad ogni passaggio sempre di più, della specifica tipologia di fragilità della persona, senza che passino anni, senza che rimanga possibile o accettabile gravitarle attorno in un eterno ciclo di impotenza e di inazione?
“Non possiamo farci nulla”, “abbiamo le mani legate”, “conosciamo da anni la persona”, “la persona è/era seguita da anni…”, sono frasi che noi volontarie e volontari abbiamo sentito fino allo sfinimento. Queste frasi sono pronunciate in buona fede, da persone, organizzazioni ed istituzioni che, stritolate dalla burocrazia amministrativa, dall’assenza di protocolli chiari e di strumenti adeguati, credono davvero (e probabilmente hanno ragione) di non poter, allo stato attuale, fare nulla. E in questo labirinto burocratico, le persone si perdono, i professionisti si frustrano, la società tutta soffre.
Servono strumenti, organizzativi, e normativi, nuovi.
Solo così, un giorno, riusciremo come società a salvare la vita di tutte le Rimma che incontriamo ogni giorno per strada. E che troppo spesso, purtroppo, siamo costretti a scavalcare, spiegando ai nostri figli, con il cuore spezzato, che non possiamo farci nulla.
Adriano Bonforti, Presidente di Mai Più Per Strada OdV, 16 Aprile 2026
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