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Abderrahim Fakir, morte di un innocente. Il monopolio della violenza e la resa della cura.

Gli ultimi

Abderrahim Fakir è morto chiedendo aiuto. È morto chiedendo aiuto allo Stato, che era lì presente, e che invece di proteggerlo lo ha ucciso. Abderrahim è morto sull’asfalto, schiacciato e immobilizzato a pancia e faccia a terra da due agenti di polizia, mentre un civile, non si sa bene con quale autorizzazione, gli tratteneva le gambe, e mentre il personale sanitario presente aspettava che fosse “messo in sicurezza” prima di intervenire.

Esiste un video che testimonia l’orrore. Per tre lunghissimi minuti Abderrahim ha gridato. «Aiuto, basta». Urla strazianti, urla che chiedevano un guizzo di umana pietà a qualcuno tra i presenti. Nel corso dei minuti le urla sono diventate lamenti, sempre più fiochi. Poi, è calato sulla scena un silenzio surreale. Ciò nonostante, gli agenti di polizia hanno continuato a “bloccare” a oltranza il corpo inerme di Abderrahim, per altri due interminabili, assurdi minuti. Il personale medico è semplicemente rimasto a guardare. Quando il corpo di Abderrahim è stato girato su un fianco, era troppo tardi. Non dava più segni di vita, il suo volto era coperto di sangue.

Sarebbe bastata una sola persona, un solo gesto, una sola voce, per evitare questa morte orribile.

Questo omicidio di Stato si è consumato a Bologna, durante quello che avrebbe dovuto essere un intervento di soccorso e tutela di un uomo probabilmente in forte stato di agitazione. Durante quello che avrebbe dovuto essere, in primis, un intervento a tutela di una persona fragile. Sul posto non c’erano soltanto le forze dell’ordine. C’erano anche i volontari della Croce Rossa e i sanitari di un’automedica. Eppure, mentre un uomo perdeva la voce, il respiro, la vita a causa di una parte dello Stato che abusava dei suoi poteri, la parte dello Stato che avrebbe dovuto tutelarlo è rimasta a guardare.

Sarà la magistratura ad accertare la causa esatta della morte e le responsabilità individuali. Ma ciò che è già davanti ai nostri occhi non può essere dissolto nel linguaggio neutro delle procedure: un uomo che stava morendo ha implorato di fermarsi, la forza bruta non lo ha ascoltato, non si è fermata, e chi era lì per proteggere la salute di una persona fragile non ha ritenuto di dover interrompere ciò che stava accadendo davanti ai suoi stessi occhi.

Sul piano umano la morte di Abderrahim è un fatto terribile e inaccettabile, che dovrebbe segnare profondamente le nostre memorie e le nostre coscienze. Ma sul piano politico, l’aspetto più inquietante è dato dalla totale passività e sottomissione dei garanti della tutela della vita a cospetto delle forze dell’ordine. Questo rapporto gerarchico e subordinato tra due forze che dovrebbero coesistere in un rapporto di equilibrio orizzontale e di complementarità reciproca, non parla soltanto del comportamento dei singoli agenti o sanitari coinvolti in questa specifica occasione. Parla del rapporto tra le diverse anime dello Stato, e della possibilità che la parte incaricata di curare, proteggere e salvare la vita sia ormai diventata subordinata e succube alla parte che detiene il monopolio della violenza.

Noi cittadini, spesso con grande sofferenza e dissidio interiore, riconosciamo allo Stato il monopolio della violenza “legittima”. Accettiamo cioè che esistano le carceri, la repressione, le punizioni in caso di comportamenti violenti o immorali da parte dei singoli cittadini. Rinunciamo a farci giustizia da soli (almeno per ora, viste le preoccupanti affermazioni recenti di un gran numero di politici) e affidiamo alle istituzioni il potere di usare, in determinate circostanze, la forza. Ma non si tratta di una delega incondizionata. È un patto: accettiamo quel potere perché è limitato dalla legge e perché, insieme alla sicurezza, lo Stato garantisce la vita, la salute, la dignità e i diritti fondamentali delle persone.

La forza non è dunque il principio supremo dello Stato democratico. È soltanto uno dei suoi strumenti, il più pericoloso, che proprio per questa sua caratteristica va sottoposto a limiti e controlli severissimi. La magistratura deve poter giudicare chi esercita la forza, la stampa deve poterne osservare e monitorare l’uso, la politica deve poterla regolamentare, e la medicina deve poter interrompere il suo uso quando mette in pericolo una vita.

Un operatore sanitario presente durante un fermo non è un ausiliario della polizia. La persona immobilizzata, qualunque cosa abbia fatto in precedenza, deve rappresentare per medici, infermieri e volontari innanzitutto un essere umano, e dunque un paziente da salvare a qualunque costo. Se una persona non respira correttamente, perde conoscenza o non risponde più, la priorità assoluta nel tutelare la vita umana deve essere chiara. Dire «fermatevi, dobbiamo visitarlo» non significa schierarsi contro gli agenti di polizia. Significa svolgere il proprio lavoro. Significa rispettare il giuramento di Ippocrate.

Se però chi deve tutelare la vita attende passivamente che chi esercita la forza gli permetta di intervenire, allora il rapporto tra le istituzioni si capovolge. La tutela della vita diventa subordinata alla contenzione. La medicina perde la propria autonomia e diventa parte del dispositivo coercitivo.

Non è necessario immaginare la volontà consapevole di lasciar morire qualcuno. La complicità istituzionale può nascere anche dalla paura di interferire, dalla deferenza verso la divisa, dall’incertezza sulle responsabilità o dall’idea implicita che, durante un intervento di polizia, il comando appartenga sempre e soltanto alle forze dell’ordine.

È proprio questo che dovrà essere chiarito. I sanitari potevano intervenire? Se no, perché? Hanno chiesto di interrompere o modificare la contenzione? Hanno controllato il respiro e lo stato di coscienza? In quale momento si sono accorti che l’uomo non reagiva più? Esistono protocolli che attribuiscono loro il potere effettivo di fermare le forze dell’ordine e di imporre un intervento sanitario? Se esistono, come mai non sono stati implementati? E se non esistono, come mai non esistono? Il personale coinvolto era debitamente formato per fare fronte a queste circostanze, con modalità che fossero sicure per tutte le parti coinvolte? Se sì, perché queste non sono state applicate?

La questione non riguarda soltanto le eventuali responsabilità individuali. Riguarda il modo in cui lo Stato organizza i rapporti tra la forza e la cura.

Se venisse definitivamente accertato, come tutto lascia intendere, che una persona è morta mentre veniva immobilizzata e che chi era presente per proteggerne la salute non è intervenuto, significherebbe che, nel momento decisivo, lo Stato coercitivo ha prevalso sullo Stato sociale e sullo Stato di diritto.

Ma uno Stato nel quale la medicina deve aspettare il permesso della forza tradisce la propria ragion d’essere. Accettiamo il monopolio della violenza proprio perché crediamo che esso sia sempre affiancato da altre istituzioni capaci di limitarlo. Ma se quelle istituzioni tacciono, arretrano o si sottomettono, quel patto tra Stato e cittadini si spezza.

Purtroppo le avvisaglie di questo patto spezzato si fanno sempre più frequenti. Con Mai Più Per Strada seguiamo un uomo con una grave sindrome neuropsichiatrica conclamata che continua a essere esposto al rischio di tornare in strada perché è stato inserito in una struttura inadeguata. Il passaggio verso una sistemazione sociosanitaria appropriata viene ostacolato da burocrazia, frammentazione delle competenze e, in alcuni casi, dall’inerzia o addirittura dalla malafede dei singoli professionisti. Nei pronto soccorso, regole nate per tutelare la riservatezza e la privacy di una persona possono trasformarsi in barriere che escludono proprio i volontari che conoscono la persona, ne comprendono la storia e potrebbero aiutarla a orientarsi. Così la tutela della privacy si trasforma in uno strumento di esclusione, di negazione delle cure, e talvolta di morte. Persino i cosiddetti nuclei “anti-emarginazione” che agiscono sul territorio possono finire per accompagnare operazioni di sgombero, offrendo una presenza di facciata che non protegge realmente chi viene allontanato, ma contribuisce solo a rendere l’intervento istituzionalmente presentabile.

Il punto comune a tutte queste situazioni è inquietante: la tutela, o meglio l’apparenza di una tutela rimane presente sulla scena, ma perde qualsiasi capacità di opporsi agli abusi di potere. Il medico è presente, l’operatore sociale è presente, il servizio competente è presente. Tuttavia la loro presenza non interrompe l’abbandono, lo sgombero, la coercizione, le dimissioni non protette, la violenza ingiustificata. Rischia anzi di diventare una sorta di certificazione morale dell’azione violenta dello Stato: poiché accanto alla forza c’è anche qualcuno che dovrebbe prendersi cura della persona, allora l’abuso che sta accadendo appare automaticamente controllato, proporzionato e umano. Allora l’abuso che sta prendendo forma davanti a noi appare accettabile, diventa normale.

È lecito domandarsi se qualcosa di simile possa essersi verificato anche a Bologna. Non sappiamo ancora se il personale sanitario potesse intervenire, se abbia tentato di farlo o quali indicazioni abbia ricevuto e da chi. Ma se fosse rimasto inerte, come sembra dal video, mentre un uomo immobilizzato smetteva di respirare, dovremmo chiederci se non si sia ormai insinuata un’abitudine ancora più profonda: convocare la cura non perché limiti realmente la forza, ma perché la sua semplice presenza contribuisca a legittimarla.

In questo caso la medicina non sarebbe soltanto subordinata al dispositivo coercitivo. Ne diventerebbe, anche involontariamente, la cornice rassicurante.

Ma uno Stato nel quale la medicina deve aspettare il permesso della forza per poter intervenire tradisce la propria ragion d’essere.

Ci tengo a dire che il mio ragionamento non vuole contrapporre una polizia necessariamente violenta a una medicina necessariamente tutelante. Nel nostro volontariato abbiamo visto anche il contrario: davanti a operatori sanitari che si rifiutavano di consegnare una cartella di dimissioni indispensabile per evitare a una persona fragile una notte in strada a rischio pestaggio, è stato proprio un agente polizia (interpellato per cacciarmi) a prendere le nostre parti ricordare all’operatore che quella documentazione ci spettava.

Le forze dell’ordine, se guidate da una morale e da valori alti, possono svolgere un lavoro prezioso, così come medici e soccorritori salvano vite ogni giorno. Ma è proprio nell’interesse di chi ha scelto una professione per alti ideali di giustizia, e non per una sete di potere personale, che episodi come quello di Bologna – che rappresentano la punta dell’iceberg per la portata tragica delle conseguenze, ma che purtroppo sono meno isolati di quanto non sembri – devono essere denunciati con forza e grande eco pubblica: non per attaccare intere categorie, ma per difendere chi, dentro quelle istituzioni, vuole davvero fare la sua parte per proteggere le persone e il bene comune.

Uno Stato può dirsi veramente democratico solo se la salvaguardia della vita rimane sempre più importante dell’utilizzo della forza, e la sua a legittimità si misura soprattutto dalla capacità che ha di fermare sé stesso quando è proprio il suo potere a mettere in pericolo la tutela della vita umana.

Adriano Bonforti
Volontario e Presidente – Mai Più Per Strada OdV

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